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RIFLESSIONI SCIOLTE SUI CONCETTI DI LIBERTÁ E DI PROGRESSO DELLA TECNICA


Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Ho preso parte ieri sera, come molti di noi fanno in questi tempi di coronavirus, ad un dibattito telematico a cui ero stata invitata da una parente italiana epidemiologa. Il tema riguardava principalmente gli aspetti sociali. Come avevamo vissuto il periodo di isolamento, che aspettative avevamo per il dopocorona. Molti dei partecipanti erano esperti in campi diversi (matematica, epidemiologia, virologia, statistica, politica), altri, come me, semplicemente interessati.

Quasi tutti naturalmente avevano sofferto delle dure limitazioni della libertà di movimento imposte in Italia, in particolare il fatto di non poter incontrare, abbracciare, visitare parenti anziani o malati e frequentare i nipotini. Alcuni pensavano che fossero incostituzionali. E`vero che la Costituzione prevede, all’articolo 6 mi pare, limitazioni della sacrosanta libertà di movimento in caso di contagio ma i padri costituenti non potevano certo prevedere, negli anni 40, il coronavirus e la sua estensione globale e dalla durata imprevedibile.

Un partecipante volle chiarire il termine troppo abusato di libertà: la libertà di tutti gli individui è impossibile. Un proprietario di trecento schiavi che li utilizza nei campi di cotone vuole acquistarne altri duecento per aumentare il suo profitto: non poterlo fare lo vede come un limite alla sua libertà. Ed è forse una limitazione della libertà individuale esigere che le macchine si fermino quando il semaforo è rosso? Perché una società funzioni sono sempre necessarie limitazioni alla libertà personale, per il bene comune. Suggeriva invece di utilizzare piuttosto il termine di autonomia: tutti abbiamo il diritto di prendere autonomamente le decisioni che riguardano la nostra vita e il modello di società in cui vogliamo vivere.

Comunque il fatto interessante era che quasi tutti vedevano gli aspetti positivi dell’isolamento: più tempo per riflettere, per scoprire quante cose inutili c’erano nella nostra vita di cui si poteva fare a meno, scoprire l’importanza della solidarietà, di aiutare per esempio i vicini, con i quali magari prima non si aveva avuto nessun rapporto. E soprattutto di tutelare meglio l’ambiente i cui viviamo, di constatare che ormai nessun problema è solo locale o nazionale, che sul Titanic del globo o ci salviamo tutti o andiamo tutti a fondo. E il sentimento generale era: Dobbiamo aver imparato qualcosa in questi due mesi. Non vogliamo “tornare ora alla normalità”. Perlomeno non a quello che tre mesi fa consideravamo la normalità. Alcuni sognavano persino di costruire piccole comunità autosufficienti in paesini semi abbandonati, altri di dedicarsi all’agricoltura.

L’altro argomento centrale del dibattito era il progresso tecnologico. Come questi due mesi abbiano accelerato un processo che in Italia almeno era piuttosto arretrato: è in atto un processo di semplificazione dei rapporti e di alleggerimento della burocrazia: evitare perdite di tempo e di soldi in viaggi e trasferte e organizzare incontri telematici, processi via video, lezioni telematiche.

Il progresso tecnico, affermò un filosofo, avviene quasi sempre a vantaggio della classe dominante: (l’invenzione della stampa, per esempio, voleva favorire la stampa della Bibbia nei paesi protestanti e quindi rafforzare il dominio della chiesta luterana) ma viene poi utilizzato contro il potere di questa classe: la scoperta della stampa portò alla diffusione di altri libri della Bibbia, per esempio alla diffusione dell’Enciclopedia in Francia e quindi delle idee libertarie degli Illuministi. Questo vale anche per la digitalizzazione e per internet.

Infine si potrebbe concludere con un benvenuto al ritorno alla normalità, ma non alla normalità anormale di prima della crisi, ma ad una nuova normalità.

Antonella Dolci (per Il Lavoratore)